mercoledì 10 febbraio 2010

Rapporti morbosi.


Nulla di preoccupante, tranquilli.
Solo che il libro che sto leggendo mi ha suscitato alcune considerazioni che voglio condividere.
Io ho un rapporto morboso con gli oggetti; non con tutti, sia chiaro, con alcuni. In particolare quelli che mi affascinano , che suscitano emozioni, che sono esteticamente sensuali o intriganti.
In generale amo le penne; non necessariamente penne di valore, anche se....., basta che mi incuriosiscano, o sia piacevole guardarle, o impugnarle, o scriverci; mi piace la scorrevolezza, il tratto grosso, deciso, morbido. Ne possiedo un'infinità; tra tutte ce n'è un numero consistente di Parker e per la precisione del modello Jotter; di queste ne ho di vari colori che cambio a seconda dell'umore o della stagione, quasi tutte scrivono nero ma, a volte , utilizzo anche il blu. Prediligo il gel all'inchiostro, lo trovo più fluido e personale; tra tutte queste penne colorate preferisco la blu, che trovo elegante, ma a volte uso la verde o , quando ho bisogno di un po' di sano ottimismo,la gialla. Ne sono gelosissimo, tanto che sono tutte conservate in una scatola di latta alla quale solo io ho accesso; non sopporto chi lascia le penne in giro, chi le abbandona dopo averle usate come se fossero oggetti inutili e impersonali; io con le penne ci scrivo, ci disegno, ci faccio ghirigori, spiego, illustro, convinco, faccio segni sul foglio che attraggono le persone che ho davanti come se quei segni avessero chissà quale arcano significato.
A volte penso che l'oggetto sia anche un po' la persona che lo possiede, è il significato che si da, il senso, il ricordo di un momento, una situazione, una frase particolare scritta di getto; ecco, magari, quando non ci sarò più anche le mie penne perderanno significato e torneranno ad essere semplici oggetti di scrittura e non piccoli testimoni di vita.

giovedì 4 febbraio 2010

Se avessi saputo parlare di più.


Quante cose non ho potuto dire a mio padre,e quante lui non ne ha potute dire a me.
Ripensandoci non abbiamo avuto confidenza, abbiamo saltato tutto quel periodo nel quale tra padre e figlio si può creare una complicità che aiuta la comunicazione. Presto sono andato via di casa, non ho fatto in tempo a dargli quelle soddisfazioni che lui avrebbe desiderato e dopo la mia vita è stata tutto un cambiamento, a volte radicale, e solo quando il tempo rimasto era ormai poco, abbiamo cercato di avvicinarci senza sapere ormai come parlare, affidandoci a gesti.
Poi mi è mancato, ma mi mancava la sua presenza fisica e non quelle parole che riescono a non diventare consigli; mi è mancato potermi confidare perché penso che avrei potuto farlo con lui, sebbene sembrasse distaccato, un po' lontano, una figura sfumata, lui stesso forse schiacciato dalla forte presenza di mia madre e mia nonna.
E ora? Ecco perché penso sempre che non bisogna sprecare il tempo e lesinare l'amore; ecco perché cerco, con alterne fortune, di ascoltare i miei figli, perché non rimpiangano mai di non aver potuto parlare. Non è facile certo, ma per quanto oggi vorrei parlare con mio padre, provo ad evitare che i miei figli soffrano la stessa mancanza.
Noi abbiamo un modo alquanto singolare di comunicare ma lo facciamo; e a volte penso che sia meglio qualche lite piuttosto che un distaccato e doloroso silenzio.

martedì 2 febbraio 2010

Considerazioni paterne.


Lo vedo che stai cambiando. Ci sono un sacco di segnali, tipo che hai comprato un regalino per qualcuno che noi non sappiamo ma non glielo hai consegnato; o che scrivi biglietti d'amore che lasci regolarmente in giro e magari, chissà, lo fai apposta ; o che hai cominciato a metterti la matita sugli occhi, poca è vero, appena appena, ma fino a poco tempo fa (quanto? Giorni.....settimane...mesi?) non te ne importava proprio nulla; oppure che cominci a tenere a quello che indossi.
Perché è così, tutti i giorni sei sotto i nostri occhi e non sembri cambiare; poi, un giorno fai qualcosa che non avevi fatto prima o dici qualcosa che sa di grande, di donna e non più di bambina.
Ma quando è stata l'ultima volta che abbiamo giocato insieme ? Mica tanto tempo fa...oppure sembra a me e invece è qualche anno; perché eri tu a chiedermi di giocare, tutte le sere prima di andare a dormire, e il nostro gioco era “il parrucchiere”. Io mi lasciavo pettinare, spalmare di crema per le mani, mettere ciappi e forcine e mi piaceva pure, poi mi sa che una volta te l'ho chiesto io di giocare e forse lì già dovevo capire che qualcosa era cambiato. Ma era tanto tempo fa....o sembra a me?
Perché il tempo è fatto di giorni apparentemente uguali e vederli da vicino sembrano eterni, poi una volta ti giri e vedi quanti ce ne sono dietro di te, cioè di me, perché tu ne hai ancora tantissimi ed è l'unica cosa che t'invidio un po'.
Il resto no, in fondo mi piace vederti crescere, mi fa un po' male è vero, ma sono contento di come stai venendo su; sei aperta, sincera, sai ciò che vuoi e se devi dire qualcosa non te la tieni certo dentro. Sarà stata la battaglia quotidiana con due fratelli più grandi, fatto sta che ti sai difendere bene e questo mi tranquillizza un po', ma solo un po' sia chiaro, per quello che sarà ed è già il tuo rapporto con il mondo.
Cosa ci si può augurare per un figlio? Che sia felice, certo, anche se la felicità non è uno stato permanente, che non soffra mai specie per amore, anche se la sofferenza di cuore è come le malattie infettive , fa crescere.
Ti potrei dire e ti dirò, se me ne darai l'occasione, che l'amore bisogna viverlo quando c'è e non rimpiangerlo dopo, di non essere avara nei gesti, perché l'amore si dimostra con le braccia aperte non solo con il cuore, di pensare, quando ti capiterà di soffrire, che ciò che hai avuto ti rimarrà per sempre, di pensare a ciò che hai vissuto piuttosto che quello che hai perso.
Ti sembrerò bravo, vero? Ma siamo sempre bravi con gli altri, lucidi, razionali.
Meno, molto meno , con noi stessi.